Sveglia all’alba, nell’accampamento abbracciato dalle dune. L’ombra arretra con un ritmo sempre più rapido. La notte è stata fredda, il termometro alle sei segna sette gradi, ma qualcuno ha comunque dormito intorno al fuoco. Nell’aria aleggiano ancora il suono dei tamburi, e dell’incredibile flauto ricavato da un tubo di ferro: l’orchestra estemporanea che ha riempito il buio di note, mentre il cielo si riempiva di stelle.
La pista chiamata tole ondulé, lamiera ondulata, fa capire a sospensioni e bulloni perché la chiamano così. La prima pausa è un appuntamento consueto: il Café du Parc, con le sue pareti di foglie di palma, le stuoie e i narghilè, le incongrue Coca Cola e Marlboro accanto all’immancabile tè verde. Ripartiamo quasi subito, costeggiando il Parco dello Jebil, le sue recinzioni bianche, gli animali, solitamente invisibili, che lo popolano.
Ci fermiamo ancora per raccogliere conchiglie e coralli fossili che affiorano dalla superficie di una collinetta. I rotondi ricci di mare disegnano stelle a cinque punte che riposano sulla sabbia da tempo immemorabile. Il nostro invece è un tempo che ci spinge a correre verso la meta del giorno. Incontriamo le prime dune, quelle che Alberto definirà “Un parco giochi per adulti rimasti bambini”. Dalle radio arriva la raccomandazione del giorno: “Se dovete fermarvi, fatelo sempre in discesa”. Non sembra solo un consiglio di guida.
La luce accarezza le dune, rosse quasi come il sole al tramonto. Alla fine del toboga di sabbia, s’intravedono gli alberi che circondano Ksar Ghilane. Le tende del Pan Sea, l’hotel che non ti aspetti, galleggiano come ninfee bianche sul lago nero della notte calata all’improvviso. E noi galleggiamo nei trentaquattro gradi della polla d’acqua termale, sorseggiando un tè. Un brindisi che ha il sapore di un rito.


































